Irene Affentranger è nata a Torino pur essendo di nazionalità svizzera. Già questa caratteristica (una distinzione a cui tiene con cortese garbo) la pone in una luce particolare e suscita un signorile riflesso per ciò che evoca sulla sua personalità. È un piccolo mistero che l’accompagna, silenzioso e riservato che produce per sé stesso un alone di privilegiata raffinatezza.
Come sempre avviene ciò che spiega ogni cosa è semplicemente l’irresistibile attrazione dei destini, quel che banalmente chiamiamo fato o casualità, mentre invece non è nient’altro che un disegno superiore. Si determinano così peculiari possibilità di vita che fanno incontrare chi è lontano e diverso affinché il compimento di un’esistenza sia in quel luogo e in quel tempo e non in altri. Così credo sia avvenuto per Irene.
La sua storia comincia con il nonno materno Walter Rudolph, tipografo a Gera, una bella città in una amena vallata della Turingia. I caratteri di piombo cadono nel crogiolo, le parole appena composte si disperdono grigio-azzurre, acquistano una lucentezza metallica che è l’ultimo segno di riconoscimento di frasi ormai perdute e confuse, plasmate dal fuoco che le fonde in una congerie inerte come se i pensieri d’origine si fossero fatti infingardi e fiacchi, torpidi e ignavi nel nascondimento di una massa accidiosa. La vampa prepotente però non si acquieta e si gonfiano vapori rossastri, sottilmente velenosi come i cattivi pensieri, che intossicano, irritano mucose, paralizzano gangli nervosi causando un malessere che prende il nome da Saturno, l’ultimo dei pianeti visibili a occhio nudo, forse perché, a sua volta incandescente, emana una luce fioca del tutto plumbea.
Per fuggire dai rischi professionali, nel 1891 Walter si trasferisce a Torino dove mette a frutto la sua esperienza. La figlia Margherita che ha appena cinque anni cresce così in questa città sabauda dai grandi e spaziosi portici, ampie piazze e vasti giardini, sulle cui strade regolari risuonano i campanelli dei tram a cavalli e si allineano signorili costruzioni simmetriche, assorbendo l’influsso di due culture, perché in casa non si sono dimenticati i natali e le tradizioni originarie. Completati gli studi si impiega al Credito Italiano.
L’ambiente bancario sembra ideale per inquadrare un’esistenza già maturata in regole di vita che rispecchiano le solide abitudini familiari ed ecco che si verifica l’insospettabile incrociarsi di strade apparentemente lontane. Margherita, ragazza solare e ricolma di slanci, conosce Francesco Affentranger originario di La Chaux-de Fonds, metropoli dell’orologeria svizzera nel cantone di Neuchatel sviluppato attorno al suo lago e alle pendici boscose dello Chaumont in vista della catena delle Alpi. Giunto a Torino nel 1912 da Zurigo per sei mesi di pratica professionale bancaria, vi si accasa e sposa Margherita. Dal matrimonio nascono Franco e Irene.
La vita lavorativa di Irene inizia dopo l’Università, ove completa gli studi alla Facoltà di Lettere senza decidersi a sostenere la tesi di laurea già pronta, come se qualcosa la chiamasse altrove. Si tratta però di anni fondamentali per la sua formazione dai quali trae quell’insieme di intelligenza e sentimento, senso profondo della vita, poeticità, sapere e riflessione morale che la caratterizzano assieme alla conoscenza delle lingue sempre praticate in famiglia. Nel ‘54 entra in FIAT (con le sue prime poesie, aggiungiamo) aggregata alla Direzione retta dall’ing. Giuseppe Gabrielli, un siciliano di Caltanissetta, grande progettista di aerei. Nel ‘61 è trasferita a Monaco e il periodo è caratterizzato da un avventuroso pendolarismo con Torino con viaggi notturni in auto in ogni condizione di tempo e orario. Si lavora attorno al G91, finché dal ‘66 al ‘69 è richiamata in sede per tornare di nuovo a Monaco quando è il momento di costruire il Tornado. Si stabilisce a Sauerlach, vicina e lontana a un tempo dalla grande città, tra boschi e praterie, ove ancora risiede in una casa che è lo specchio della sua vita.
* * *
Parallelamente si sviluppa la sua vita sui monti, mai lasciati sin dai suoi primi anni torinesi. Partecipa all’UET (Unione Escursionisti Torinesi) ove conosce personaggi della levatura intellettuale di Adolfo Balliano e Attilio Viriglio… praticando un po’ tutte le specialità alpine. Dopo una gara di fondo al Sestriere, è proprio Balliano che le dice: «Potrebbe entrare nel GISM» con l’avallo di un paio di articoli che Irene ha scritto su “Lo Scarpone”. È il 1951 e Balliano la sollecita: «… è ora che sforni i suoi panini!». Inizia una collaborazione che li vede pubblicare a quattro mani e due voci: Alpinista che vai Dizionario che trovi (1956), un’operetta che ottiene un fulmineo successo; La strada è questa (1956), in cui rivivono le grandi figure di quei sacerdoti che ebbero una parte fondamentale nella storia della conquista e nella conoscenza delle montagne e infine Picchi Colli e Ghiacciai (1961).
Eccelle anche nelle traduzioni per la SEI di Torino. Nel 1960 è la volta dello straordinario È buio sul ghiacciaio di Hermann Buhl; nel ‘62 traduce Viaggio in Italia e altri racconti clericali o quasi di Adalbert Seipolt, cronaca di un gruppo di suore in viaggio dalla Baviera a Roma; nel ‘65 è la volta di Da-Kai del sacerdote Josef Camenzind, missionario in Cina. Numerose le traduzioni di Dietrich Hasse che richiedono profonda conoscenza alpinistica, sensibilità e cultura. Ovviamente sono numerosissimi gli articoli sia sulla stampa associativa, come “L’Escursionista”, che sugli Annuari del GISM. Svariate le collaborazioni, quali quelle per Cervino di Mario Fantin e per Il perché dell’Alpinismo di Armando Biancardi.
La sua attività alpinistica è immensa e si può darne solo pochi accenni. Nel ‘58 è sulla Cresta di Zmutt al Cervino (il racconto che ne fece vinse il premio Pacces indetto dalla stampa aziendale FIAT), la Grivola, la Tresenda, tutte le Grandes e le Petites Murailles, i Quattromila che circondano Zermatt… Una inestinguibile passione la porta con piccozza e ramponi o con gli sci su innumerevoli vette. Non mancano Monviso, Monte Bianco, Tersiva, Levanne, Punta Fiames… Nel ‘65 bivacca sull’Elbrus a -30° in un buco nella neve, sul colle tra le due punte perché la capanna semidistrutta è colma di neve. Tra le ripetizioni più prestigiose citiamo la via Albertini alla Dent d’Hérens nel ‘64 (oggi “via Camillotto Pellissier” che vi trovò la morte) e una difficile via sulla Becca d’Aran. Non si può continuare.
Innumerevoli i viaggi in tutto il mondo di cui ci ha lasciato splendide tracce in articoli e resoconti di limpidissima stesura. La sua partecipazione al Gism rimane centrale nella sua vita, densa di ricordi e personaggi e le piace ricordare tra i tanti quando nel ‘62 – di ritorno al Rifugio “Donegani” dalla prima ripetizione a quel torrione giallastro che sta ai piedi del Pizzo d’Uccello sotto una tempesta d’acqua – Francesco Cavazzani le dice: «Sembri un San Giovannino!». Un bel ricordo è anche la partecipazione al Festival di Trento con un nutrito numero di soci GISM nel ‘62 e la mostra della storia del Gruppo esposta nel 2002, “Anno internazionale delle Montagne”.
* * *
In questo volumetto incontriamo però un’inedita Irene Affentranger attraverso le poesie che ha scritto tutte a iniziare dal 1954 e via via diradandole fino al 1970. Il titolo si richiama alle Pleiadi, un ammasso stellare il cui numero di presenze, grazie ai moderni mezzi di osservazione, è in continuo aumento. Tra esse la stella Alcione sarebbe il grande Sole attorno al quale l’Universo intero ruoterebbe secondo orbite gigantesche misurabili in millenni, ma è un’ipotesi non provata. I navigatori mediterranei più antichi, invece, solevano attendere la levata primaverile delle Pleiadi per riprendere i loro viaggi in mare. Ed è questa una magia di incontestabile suggestione che apre alla lettura della raccolta poetica.
Sin dai primi versi si è invitati a riflettere perché l’incontro è con una persona che, credo, pochi conoscono sotto questo aspetto. I pochi versi della poesia-epigramma «Cielo» di Gian Antonio Cibotto
Non passa giorno
che io non guardi il cielo.
Forse la mia vera casa
sta in quelle parti.
ci danno l’Irene che oggi molti di noi conoscono, ma, per capirci, in questi componimenti lo sguardo dell’autrice è rivolto non in alto, ma in sé, come se il suo anelito d’infinito si ripiegasse al suo interno in una intimità che essa definisce «esasperata per l’età», senza che questo significhi in alcun modo un velato distacco da quel periodo e da quei sentimenti solo perché «oggi ti ritrovi più saggia e con meno aggettivi».
«La vita dell’uomo è un susseguirsi di stagioni» scrive Luisa Rinser (nata in Baviera nel 1911) ed è vero che c’è continuità, non divisioni drastiche e immotivate tra l’una e l’altra. Ognuna è bella e significativa e non solo la giovinezza che pure ha la propria freschezza acerba e le proprie crisi. Ogni stagione deve essere vissuta, deve lasciarci i segni del suo tempo. Se si vuole raggiungere la maturità della propria esistenza non bisogna ancorarsi a nessuna di esse e saper vivere ogni età con le sue leggi, il suo stile, il suo valore e, se si vuole, «con i suoi piaceri, il suo spirito, i suoi costumi» come ammoniva lo scrittore francese Nicolas Boileau (1636-1711). È dunque necessario vivere in pienezza ogni stagione di vita, con fedeltà al presente per superare l’inerzia e il vuoto interiore. È questo il primo messaggio di quest’opera poetica: l’accettazione della malinconia, della tristezza, dell’abbandono, dell’amarezza, se si vuole che si ripresentino in noi le altre stagioni quali il rigoglio agreste della primavera, lo splendore accecante dell’estate, la secchezza variopinta dell’autunno.
Con questo atteggiamento bisogna calarsi in questi versi, lasciarsi prendere cogliendone le disperate nostalgie, i panorami del cuore in continuità con quelli naturali, le cose da cui si trae ispirazione (i pioppi, le onde, i coralli, le rocce…) ove i contrasti sono di un’intensità senza riposo, le parole rinnegano ogni luogo comune, gli aggettivi invitano alla contemplazione del dolore, ma anche a una catarsi infine silenziosa così come nella tragedia greca si mostrano senza alcuna decantazione le creature umane nel loro travagliato esistere. Il mondo esteriore è perfetto in queste poesie, a noi riportato da fotografie nitide e cristalline, ma il cuore dell’autrice appare penetrato profondamente fino a raggiungere le più segrete regioni dell’anima dove nascono i temi più profondi del poetare, umani eppure legati al mito perché hanno il senso assoluto del dramma e della tragedia.
Anche la morte è presente e come in Foscolo è corrispondenza di amorosi sensi e cioè la comunione di affetti tra i vivi e i morti, ispirata però non da romanticismo ma da alto e doloroso distacco e umanissima pietà e compassione di sé. Si coglie pertanto il segreto di una vita, io credo, o meglio il suo mistero e la sua verità e, chi saprà leggerla, la troverà nelle poesie che sono il commiato che chiude il volume.
Si potrebbe pensare in conclusione che ogni essere umano impara, vivendo, a fare a meno della felicità, ma nessuno, penso, rinuncerà mai a desiderarla, a immaginarsela, a figurarsi come sarebbe o potrebbe essere al di là della fatica di vivere. È questo il tema nascosto di queste poesie, il contrappunto che sottende la delusione e il rimpianto strettamente legati a un’esperienza vitale, resistenti e indissolubili, ma non insuperabili perché capaci di assorbire e trasmettere nel tempo il senso e la verità di un determinato periodo e in realtà patrimonio spirituale di alto valore personale.
Infine dal punto di vista letterario quest’opera di poesia, capace di comunicare così profonde emozioni, si presenta con un altissimo grado di letterarietà unito a un altrettanto altissimo grado di metaforicità, concentrando l’esplicito e l’implicito in un unico suono, un solo accento, un univoco accordo, una singolare estetica dalla preziosa lettura che, se intuita e compresa, avvince non per curiosità e interesse, ma per passione e discernimento e per la percezione di un’alta qualità di testimoniarsi.
Questa Irene, sconosciuta e irripetibile, affido, per quanto sta in me, ad amici ed estimatori, consapevole che se dubbi e certezze possono arricchirci, di fronte a un’opera di poesia è necessario l’ascolto e il silenzio.
Dante Colli
G.I.S.M.
18 maggio 2002
